NEL DOLCE TEMPO DE LA PRIMA ETADE

NEL DOLCE TEMPO DE LA PRIMA ETADE

Francesco Petrarca

Nel dolce tempo de la prima etade,

che nascer vide et anchor quasi in herba

la fera voglia che per mio mal crebbe,

perché cantando il duol si disacerba,

canterò com’io vissi in libertade,

mentre Amor nel mio albergo a sdegno s’ebbe.

Poi seguirò sí come a lui ne ’ncrebbe

troppo altamente, e che di ciò m’avenne,

di ch’io son facto a molta gente exempio:

benché ’l mio duro scempio

sia scripto altrove, sí che mille penne

ne son già stanche, et quasi in ogni valle

rimbombi il suon de’ miei gravi sospiri,

ch’aquistan fede a la penosa vita.

E se qui la memoria non m’aita

come suol fare, iscúsilla i martiri,

et un penser che solo angoscia dàlle,

tal ch’ad ogni altro fa voltar le spalle,

e mi face oblïar me stesso a forza:

ché tèn di me quel d’entro, et io la scorza.
I’ dico che dal dí che ’l primo assalto

mi diede Amor, molt’anni eran passati,

sí ch’io cangiava il giovenil aspetto;

e d’intorno al mio cor pensier’ gelati

facto avean quasi adamantino smalto

ch’allentar non lassava il duro affetto.

Lagrima anchor non mi bagnava il petto

né rompea il sonno, et quel che in me non era,

mi pareva un miracolo in altrui.

Lasso, che son! che fui!

La vita el fin, e ’l dí loda la sera.

Ché sentendo il crudel di ch’io ragiono

infin allor percossa di suo strale

non essermi passato oltra la gonna,

prese in sua scorta una possente donna,

ver’ cui poco già mai mi valse o vale

ingegno, o forza, o dimandar perdono;

e i duo mi trasformaro in quel ch’i’ sono,

facendomi d’uom vivo un lauro verde,

che per fredda stagion foglia non perde.
Qual mi fec’io quando primer m’accorsi

de la trasfigurata mia persona,

e i capei vidi far di quella fronde

di che sperato avea già lor corona,

e i piedi in ch’io mi stetti, et mossi, et corsi,

com’ogni membro a l’anima risponde,

diventar due radici sovra l’onde

non di Peneo, ma d’un piú altero fiume,

e n’ duo rami mutarsi ambe le braccia!

Né meno anchor m’agghiaccia

l’esser coverto poi di bianche piume

allor che folminato et morto giacque

il mio sperar che tropp’alto montava:

ché perch’io non sapea dove né quando

me ’l ritrovasse, solo lagrimando

là ’ve tolto mi fu, dí e nocte andava,

ricercando dallato, et dentro a l’acque;

et già mai poi la mia lingua non tacque

mentre poteo del suo cader maligno:

ond’io presi col suon color d’un cigno.
Cosí lungo l’amate rive andai,

che volendo parlar, cantava sempre

mercé chiamando con estrania voce;

né mai in sí dolci o in sí soavi tempre

risonar seppi gli amorosi guai,

che ’l cor s’umilïasse aspro et feroce.

Qual fu a sentir? ché ’l ricordar mi coce:

ma molto piú di quel, che per inanzi

de la dolce et acerba mia nemica

è bisogno ch’io dica,

benché sia tal ch’ogni parlare avanzi.

Questa che col mirar gli animi fura,

m’aperse il petto, e ’l cor prese con mano,

dicendo a me: Di ciò non far parola.

Poi la rividi in altro habito sola,

tal ch’i’ non la conobbi, oh senso humano,

anzi le dissi ’l ver pien di paura;

ed ella ne l’usata sua figura

tosto tornando, fecemi, oimè lasso,

d’un quasi vivo et sbigottito sasso.
Ella parlava sí turbata in vista,

che tremar mi fea dentro a quella petra,

udendo: I’ non son forse chi tu credi.

E dicea meco: Se costei mi spetra,

nulla vita mi fia noiosa o trista;

a farmi lagrimar, signor mio, riedi.

Come non so: pur io mossi indi i piedi,

non altrui incolpando che me stesso,

mezzo tutto quel dí tra vivo et morto.

Ma perché ’l tempo è corto,

la penna al buon voler non pò gir presso:

onde piú cose ne la mente scritte

vo trapassando, et sol d’alcune parlo

che meraviglia fanno a chi l’ascolta.

Morte mi s’era intorno al cor avolta,

né tacendo potea di sua man trarlo,

o dar soccorso a le vertuti afflitte;

le vive voci m’erano interditte;

ond’io gridai con carta et con incostro:

Non son mio, no. S’io moro, il danno è vostro.
Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi

d’indegno far cosí di mercé degno,

et questa spene m’avea fatto ardito:

ma talora humiltà spegne disdegno,

talor l’enfiamma; et ciò sepp’io da poi,

lunga stagion di tenebre vestito:

ch’a quei preghi il mio lume era sparito.

Ed io non ritrovando intorno intorno

ombra di lei, né pur de’ suoi piedi orma,

come huom che tra via dorma,

gittaimi stancho sovra l’erba un giorno.

Ivi accusando il fugitivo raggio,

a le lagrime triste allargai ’l freno,

et lasciaile cader come a lor parve;

né già mai neve sotto al sol disparve

com’io sentí’ me tutto venir meno,

et farmi una fontana a pie’ d’un faggio.

Gran tempo humido tenni quel vïaggio.

Chi udí mai d’uom vero nascer fonte?

E parlo cose manifeste et conte.
L’alma ch’è sol da Dio facta gentile,

ché già d’altrui non pò venir tal gratia,

simile al suo factor stato ritene:

però di perdonar mai non è sacia

a chi col core et col sembiante humile

dopo quantunque offese a mercé vène.

Et se contra suo stile ella sostene

d’esser molto pregata, in Lui si specchia,

et fal perché ’l peccar piú si pavente:

ché non ben si ripente

de l’un mal chi de l’altro s’apparecchia.

Poi che madonna da pietà commossa

degnò mirarme, et ricognovve et vide

gir di pari la pena col peccato,

benigna mi redusse al primo stato.

Ma nulla à ’l mondo in ch’uom saggio si fide:

ch’ancor poi ripregando, i nervi et l’ossa

mi volse in dura selce; et così scossa

voce rimasi de l’antiche some,

chiamando Morte, et lei sola per nome.
Spirto doglioso errante (mi rimembra)

per spelunche deserte et pellegrine,

piansi molt’anni il mio sfrenato ardire:

et anchor poi trovai di quel mal fine,

et ritornai ne le terrene membra,

credo per piú dolore ivi sentire.

I’ seguí’ tanto avanti il mio desire

ch’un dí cacciando sí com’io solea

mi mossi; e quella fera bella et cruda

in una fonte ignuda

si stava, quando ’l sol piú forte ardea.

Io, perché d’altra vista non m’appago,

stetti a mirarla: ond’ella ebbe vergogna;

et per farne vendetta, o per celarse,

l’acqua nel viso co le man’ mi sparse.

Vero dirò (forse e’ parrà menzogna)

ch’i’ sentí’ trarmi de la propria imago,

et in un cervo solitario et vago

di selva in selva ratto mi trasformo:

et anchor de’ miei can’ fuggo lo stormo.
Canzon, i’ non fu’ mai quel nuvol d’oro

che poi discese in pretïosa pioggia,

sí che ’l foco di Giove in parte spense;

ma fui ben fiamma ch’un bel guardo accense,

et fui l’uccel che piú per l’aere poggia,

alzando lei che ne’ miei detti honoro:

né per nova figura il primo alloro

seppi lassar, ché pur la sua dolce ombra

ogni men bel piacer del cor mi sgombra.

ANALISI METRICA & PARAFRASI

Canzone di 8 stanze da 20 versi ciascuna

Il congedo riprende il medesimo schema degli ultimi 9 versi della sirma

Schema di rime: ABCBAC CDEeDFGHHGFFII

Scema metrico: tutti endecasillabi, eccezion fatta per i versi in decima sede di ogni strofa, che sono settenari.
E’ nota come la “Canzone delle metamorfosi”, snocciolando nei suoi versi la rievocazione di svariati episodi delle Metamorfosi di Ovidio, cui si accennerà nel corso della parafrasi di volta in volta. 

Canterò – poiché cantando si lenisce la sofferenza – di come nei miei dolci anni giovanili, che videro la passion d’amore nascere e muover i primi passi, passione che sarebbe poi aumentata per recarmi dolore, io vissi in libertà, fintantoché rifiutai di aprir il mio cuore all’Amore.

Proseguirò (dicendo) di quanto lui (Amore) si risentì di questo mio rifiutarlo, e di quello che per ciò mi avvenne, quello per cui sono ormai noto a molti; (e lo farò) sebbene già altrove delle mie pene sia stato scritto, al punto che (per scriverne) son state consumate innumerevoli penne, e sebbene in praticamente tutte le valli si senta l’eco dei miei dolenti sospiri, che danno riprova della mia condizione penosa.

E se per far questo non dovessi essere aiutato dalla memoria cui solitamente confido, sia lei (la memoria) scusata per via dei tormenti che deve subire, e (la si scusi per) un pensiero che le reca solo angoscia, al punto che ad ogni altro pensiero dà le spalle, e mi fa perdere coscienza forzatamente: perché (il pensiero, ovviamente d’amore) governa tutto ciò che sta dentro me (quindi l’anima), ed io soltanto l’involucro (quindi il corpo, terreno, mortale).

Io dico che dal giorno in cui Amor mi mosse il suo primo assalto erano già passati molti anni, ed il mio aspetto di adolescente cominciava ad aver le fattezze di un uomo; ed intorno al mio cuore vi erano solo pensieri gelidi (ovvero immuni alla passione, che è calda) che quasi parevano creare uno scudo duro come il diamante attorno ad esso (il mio cuore) che non permetteva che io mi smuovessi dall’intenzione di non cedere alla passione.

Ancora non avevo bagnato di lacrime il mio petto, né mi destavo per amor nel cuore della notte, e quella passione che il mio cuore non conosceva mi pareva una cosa incredibile riscontrarla in altri.

Me misero, cosa sono ora! Cosa ero allora! 

Così come un giorno si giudica solo a sera, così la vita si può valutar solo quando è finita. (Amore) verificando che nessun suo colpo sferratomi era saputo andar oltre le mie vesti (quindi non essendo riuscito ad assoggettarmi a sé), assoldò una donna potente (Laura), alla quale non mi è mai stato d’aiuto né ora mi aiuta l’ingegno, o la forza, o l’invocare perdono; e questi due (Laura e Amore) mi trasformarono in ciò che sono, mutandomi da uomo a verde lauro, che neanche in inverno perde foglie (I metamorfosi, ribaltamento del mito di Dafne che corteggiata da Apollo si fece dai genitori mutare in pianta, in un lauro appunto; qui però la situazione è evidentemente diversa: Petrarca si muta in lauro, che rappresenta anche Laura, quindi muta nell’oggetto amato, ovvero perdendo la propria identità. Inoltre il fatto che questo lauro sia sempreverde rappresenta l’eterna incrollabile durata nel tempo di questo amore).

Quanto sgomento, non appena mi resi conto della mia trasformazione, e vidi i miei capelli mutarsi in quelle fronde che già avrei voluto a farmi da corona (il lauro è la pianta della corona poetica, che peraltro Petrarca ricevette a Roma nel 1337), ed i piedi – sui quali stavo ritto, e mi muovevo, e correvo, poiché ogni parte del corpo obbedisce all’anima – vidi diventarli due radici, non sulle rive del Peneo (fiume della Tessaglia, la cui personificazione secondo Ovidio era padre di Dafne), ma di un fiume più a nord (il Rodano, che scorre ove vive Laura), e vidi le mie braccia mutarsi in rami.

Ed ancor oggi mi agghiaccia (pensare a) quando fui ricoperto di bianche piume, allora che la mia speranza (di un amore corrisposto) che volava troppo alto cadde fulminata e morta; la quale (speranza), poiché non sapevo come ritrovarla, piangendo andavo cercandola notte e giorno là dove mi fu tolta; di lì poi la mia lingua non smise mai finché potè di lamentar la perdita della speranza, finché non presi la voce e le sembianze di un cigno (II metamorfosi, il riferimento è una fusione tra il mito di Fetonte fulminato da Giove ed il mito di Cygnus, zio di Fetonte, mutato in cigno mentre cercava il corpo fulminato del nipote).

Così me ne andai per le amate rive, e quando volevo parlare, cantavo sempre, invocando pietà con voce non umana; e non seppi mai oltre cantare così dolcemente e soavemente come allora dei dolori d’amore, sicché il mio cuore aspro ed iroso si potesse addolcire.

Che sensazione fu, se ancor oggi son furente a ricordarla? Ma ben più di questo (mi brucia ricordare) ciò che avanti è necessario che io dica della mia nemica al contempo dolce e crudele, benché ciò sia cosa tale che non si riesca a dirla.

Costei, che solo guardandoli rapisce gli animi, mi aprì il petto donde mi strappò il cuore, dicendomi: non fare parola di questo fatto. Poi la rividi in un’altra veste (ovvero meno crudele, più bendisposta), e non la riconobbi. Oh senso umano (che non me l’hai riconosciuta)! E lì le dissi pieno di paura la verità del mio sentimento; ed ella, riprendendo le sembianze crudeli sue solite, trasformò me poveraccio in un sasso sbigottito e poco men che vivo.

Ella parlava con un’aria così adirata che pure nelle spoglie di una pietra mi fece tremare, quando la sentii dire: io non sono il tipo di donna che tu credi. E tra me pensavo: se costei dovesse ritrasformarmi da sasso in uomo, nessuna condizione mi parrà mai noiosa o triste; o mio Signore, fammi tornare a lacrimare.

Non so come, eppure io mossi i piedi, e quel giorno lo passai interamente mezzo vivo e mezzo morto, non incolpando altri che me stesso (per quel che m’accadeva). Ma poiché il tempo in fretta passa, la penna non può stare appresso a tutto ciò che vorrei dire, così tante delle cose che ho scritte nella mente le tralascio, e parlo solo di alcune di esse, cioè di quelle che meravigliano chi le ascolta.

La morte mi si era avvolta attorno al cuore, e dovendo tacere non avevo modo di chiederlo indietro o di ottener soccorso per quelle forze vitali che cominciavano a venirmi meno; parlar m’era impossibile; così io gridai con carta ed inchiostro: “Non mi appartengo, no. Se muoio, il danno è per voi (Laura)” (Presente un riferimento al mito di Biblide, che rivelò a Cauno il suo amore incestuoso con una lettera. Questo riferimento anticipa la successiva metamorfosi).

Ero convinto di rendermi così ai suoi occhi degno di pietà, dacché ne ero indegno, e questa speranza m’aveva reso ardito; ma a volte l’umiltà placa lo sdegno, altre invece lo infiamma; e ciò compresi solo poi, stando per lungo tempo immerso nelle tenebre: a quelle preghiere la mia Luce (Laura) era sparita.

Ed io poiché non ritrovando in alcun luogo circostante ombra o traccia di lei, mi stesi un giorno stanco su di un prato, sì come fa un uomo che dorme per la strada.

Qui, accusando la Luce ch’era fuggita, diedi sfogo alle lacrime tristi e le lasciai cadere come capitava; e non capitò mai che la neve si sciogliesse sotto al sole allo stesso modo in cui io mi sentii venir meno, e trasformarmi in una fontana ai piedi di un faggio.

Per lungo tempo portai avanti quell’umido viaggio. Chi ha mai sentito che da un uomo nascesse una fonte? Eppure parlo di cose manifeste e note (IV metamorfosi, il mito di Biblide appunto, mutata in fonte).

L’anima che è resa gentile solamente da Dio, poiché da nessun altro può arrivare una tale virtù, tiene un atteggiamento simile al suo Creatore: pertanto non è mai sazia di perdonare chi con cuore e disposizione d’animo umile invoca pietà, per quanti errori abbia commesso.

E se anche a dispetto della sua natura dovesse farsi pregare molto a lungo, anche così rispecchia la natura di Dio, e si fa a lungo pregare per meglio inculcare il senso del peccato nel peccatore: poiché non si pente davvero di un errore chi già ne stesse per commettere un altro.

Quando poi la mia donna mossa a pietà si degnò di guardarmi, e si rese conto che la mia pena aveva pareggiato la mia colpa, benignamente mi riportò allo stato umano. Ma il mondo non ha nulla in cui un uomo saggio possa riporre fiducia: poiché quando poi la pregai nuovamente, ella mi mutò nervi ed ossa in dura selce, rimanendo io così una voce priva dell’antico corpo, e cominciai ad invocar la Morte, e solo lei (V metamorfosi, richiama il mito di Eco, amante di Narciso, che Giunone ridusse a pura voce, mutando in pietra le sue membra).

Da spirito dolente ed errabondo piansi a lungo il mio ardire eccessivo per grotte deserte e remote; ed ancora poi raggiunsi la fine di quel male, e tornai a sembianze umane, e fu credo perché dovevo sentire ancor più dolore.

Io seguii tanto a lungo i miei aneliti che un giorno andai a caccia come ero solito fare e quella bestia bella e crudele stava nuda presso ad una fonte, a mezzogiorno. Io stetti a guardarla, poiché nessun’altra vista mi appaga allo stesso modo; per questo, lei ebbe pudore, e per vendicarsi, o per nascondersi alla mia vista, mi gettò con le mani l’acqua in faccia. 

Dirò la verità (e forse parrà una menzogna), dicendo che io mi sentii come estratto dalla mia forma umana, e mi trasformai subito in un cervo solitario e vagante di bosco in bosco; ed ancora oggi fuggo il branco dei miei cani (VI metamorfosi, richiama il mito di Atteone, sì punito da Diana che era da lui stata sorpresa a farsi il bagno).

Canzone, io non fui mai la nuvola d’oro da cui cadde la preziosa pioggia che spense l’ardore di Giove (in Ovidio, è presente l’episodio in cui Giove si mutò in pioggia d’oro per conquistare Danae. Petrarca non fu mai tale nuvola, poiché non riuscì mai ad appagare i suoi desideri amorosi); ma certo fui una fiamma accesa da uno sguardo bello, e fui l’uccello che vola più in alto ed a lungo, al cielo alzando colei che celebro nei miei versi: non riuscii mai ad abbandonare per una nuova sembianza il primo alloro in cui fui mutato, che anche solo la sua dolce ombra mi scaccia dal cuore ogni pensiero meno bello.

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